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Basta sale operatorie: estendiamo l’#aborto farmacologico fino a nove settimane di gravidanza, come si fa nel resto d’Europa, e portiamolo fuori dagli ospedali, nei consultori.

In piena epidemia di coronavirus, con gli ospedali sovraffollati e possibili focolai di contagio, personale e posti letto che scarseggiano, in Italia, unico Paese d’Europa, vigono ancora due regole prive di qualunque base scientifica: l’obbligo di far ricorso all’aborto chirurgico dopo la settima settimana di gravidanza per le donne che richiedono l’IVG e l’obbligo di ricovero per tre giorni per le donne che, entro la settima settimana, accedono all’IVG farmacologica.

Da tempo Pro-choice, rete italiana contraccezione e aborto chiede che il limite di utilizzo dell’aborto farmacologico venga esteso fino alla nona settimana, come previsto dalle indicazioni d’uso del farmaco utilizzato e come praticato nel resto d’Europa, che venga rimosso l’obbligo di ricovero per tre giorni della donna che ricorre a questa procedura, o meglio che la procedura sia fatta in consultorio o in ambulatori attrezzati, come già propone la legge 194/78.

Le limitazioni in vigore in Italia non hanno l’effetto di ridurre il ricorso all’IVG, come auspicato da chi le sostiene, ma solo di rendere l’esperienza più invasiva, traumatica e, di questi tempi, pericolosa, per le donne che esercitano un diritto previsto da una legge dello Stato.

In Italia la percentuale di aborti farmacologici rispetto al totale delle interruzioni volontarie è del 17,8%, contro il 97% in Finlandia, il 93% in Svezia, il 75% in Svizzera, il 67% in Francia.

🛏 Oggi più che mai dobbiamo evitare di ingolfare gli ospedali e occupare sale operatorie che possono essere utilizzate per la rianimazione. La nostra richiesta è il linea col dettato della legge 194, con l’evidenza scientifica, le procedure in atto nel resto d’Europa, con il buon senso e con la volontà di molte donne, alle quali anche in tempi normali è negata la procedura non ospedalizzata.