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Eliminare i limiti burocratici e le resistenze organizzative che ostacolano l’accesso all’aborto farmacologico in tutta Italia: favorire la somministrazione in day hospital e allungare i termini di prescrizione alle 9 settimane.

Questo potrebbe essere fatto subito da Ministero della salute e Agenzia italiana del farmaco, in linea con la legge 194 che prevede l’utilizzo delle tecniche per l’interruzione di gravidanza più moderne e meno invasive.

Nel nostro Paese l’aborto farmacologico è impiegato solo nel 17,8% delle IVG, con grandi differenze regionali, contro il 97% in Finlandia, il 93% in Svezia, il 75% in Svizzera, il 67% in Francia. L’aborto farmacologico potrebbe essere somministrato in ambulatorio, come avviene in Spagna e Francia, e in assistenza ostetrica, come avviene in Inghilterra.

La sollecitazione viene da Pro-choice – rete italiana contraccezione e aborto nella Giornata internazionale dell’aborto sicuro. La Rete difende il diritto alla scelta, all’aborto sicuro e alla salute riproduttiva, agisce per rimuovere gli ostacoli ancora oggi presenti in Italia, mette in collegamento professionist* e attivist* che si occupano di salute, sanità e diritto all’autodeterminazione nel campo della salute riproduttiva https://prochoice.it/.

Le carenze dei servizi pubblici e privati convenzionati sull’aborto farmacologico sono solo uno dei tanti ostacoli per l’accesso universale e gratuito all’interruzione volontaria di gravidanza in condizioni di sicurezza. L’aborto libero e gratuito è un diritto che il nostro Paese ha fatto proprio nel 1978 con l’entrata in vigore della legge 194. Una conquista che non possiamo dare per scontata, come dimostra l’attualità.

C’è il problema della formazione: specializzandi e specializzande spesso non vengono in contatto con la pratica dell’IVG medica e chirurgica nel loro processo di formazione. 

A condizionare l’autodeterminazione delle donne nelle scelte riproduttive c’è anche la diffusa cultura dello stigma, di cui le manifestazioni e la pubblicistica dei movimenti no-choice sono solo la punta dell’iceberg, ma che è esercitato anche da operatori sanitari e che vive, in generale, in un “sentire comune” da modificare attraverso l’impegno della società civile, oltre che della politica.

E non ultimo, il problema dell’obiezione di coscienza che i precedenti governi hanno evitato di affrontare e che in alcune Regioni tocca punte altissime. Come conseguenza le liste d’attesa si allungano e tante donne sono costrette a viaggiare lontano da casa e affrontare disagi per ottenere il rispetto di quello che è un loro diritto legale.