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Aborto e legge 194: le fake news delle mozioni proposte dagli attivisti no-choice nei consigli comunali

La mozione “Iniziative per la prevenzione dell’aborto e il sostegno della maternità”, approvata recentemente dal Consiglio comunale di Verona e riproposta nelle ultime settimane in forma pressoché invariata in altre città, si fonda su presupposti errati e fuorvianti allo scopo di finanziare le organizzazioni antiabortiste con soldi pubblici.

1. Coscienza e responsabilità nella procreazione? Censurate

La mozione riporta solo un estratto dell’articolo 1 della legge n. 194/78: “Lo Stato (…) riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”

In realtà la legge afferma che “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. Con questa omissione viene negato il presupposto della legge 194/78, cioè la volontarietà del processo generativo e l’autodeterminazione nelle pratiche procreative.

2. Il ruolo delle associazioni di volontariato

La mozione cita un estratto dell’articolo 2 della medesima legge: “I consultori (…) possono avvalersi (…) della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato”. L’intento di queste mozioni infatti è il finanziamento pubblico delle associazioni cosiddette pro-life il cui fine è scoraggiare la donna dal proposito di interrompere la gravidanza.

Anche in questo caso l’estrapolazione di una parte del testo di legge ne manipola il significato. Secondo la legge 194 infatti “i consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”. Ricordiamo che fra i fini della legge 194 c’è anche assicurare alle donne all’ interruzione volontaria di gravidanza gratuita e sicura, oltre all’accessibilità di contraccezione ed informazione ed educazione sessuale nell’ ottica della procreazione responsabile.

3. La bufala dell’aborto come strumento contraccettivo

La mozione afferma che la legge 194/78 “ha contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo” ma non cita dati in appoggio a questa tesi.

I dati li offre il Sistema di sorveglianza epidemiologica della IVG coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, che riferisce nel 2016 un numero totale di 84.926 interruzioni di gravidanza, il 3,1% in meno rispetto all’ anno precedente. La tendenza al calo è continua ed inalterata dal 1982. Si calcola che le IVG in Italia siano più che dimezzate in questi 35 anni [Fonte Relazione della Ministro della Salute sull’attuazione della Legge 194/78 trasmessa al Parlamento il 29 dicembre 2017]

4. Aiuto economico per proseguire la gravidanza

La mozione afferma che “è noto che talvolta basta un piccolo aiuto economico o la possibilità di un lavoro per restituire a una donna in difficoltà la serenità necessaria per accogliere il suo bambino”, senza citare alcun dato a sostegno di tale affermazione.

Questa impostazione ignora il ruolo dell’autodeterminazione della donna nei processi generativi e che molte IVG sono spesso richieste per motivazioni diverse da quelle economiche.
Finge di ignorare le difficoltà strutturali che in Italia impediscono alle donne di diventare madri e alle coppie di diventare genitori, tra cui la precarietà lavorativa, il costo proibitivo delle abitazioni rispetto ai salari, le discriminazioni di genere per le donne che, diventando madri, perdono il lavoro, la mancanza cronica di asili nido e scuole dell’infanzia o i costi esorbitanti degli stessi.

5. La bufala delle pillole abortive

La mozione fa riferimento a “uccisioni nascoste prodotte dalle pillole abortive” e afferma “le statistiche annuali degli aborti mostrano un leggero calo negli anni, ma non tengono conto delle varie pillole abortive”.

Al contrario, il calo evidente delle IVG che emerge dai rapporti annuali sull’applicazione della legge 194/78 comprende anche le ancora scarse IVG farmacologiche.
Se, invece, ci si riferisce al nuovo trend di ricorso all’aborto clandestino effettuato attraverso l’acquisto online di farmaci con effetti abortivi, condividiamo la preoccupazione e per questo chiediamo che si agisca affinché il ricorso al metodo farmacologico sia garantito e maggiormente accessibile (ora solo il 15% delle IVG!), come previsto dal testo di legge attualmente in vigore, e come avviene nei paesi più avanzati (90% di uso RU486 in Norvegia).anche perché la RU486 deve potersi usare fino a 9 settimane e non fino a 7 come si fa solo in Italia!
La mozione afferma anche che “con la diffusione della pillola abortiva RU 486 sono cresciuti gli aborti e si diffonde la cultura dello scarto, abbandonando la donna proprio quando avrebbe maggior bisogno di aiuto”.

L’esperienza di altri paesi europei, dove l’aborto farmacologico è praticato senza ricovero ospedaliero, dimostra al contrario che facilitare l’accesso delle donne a questa pratica favorisce la sicurezza e il giusto accompagnamento ed anche il risparmio.

6. La bufala degli aborti tra le minorenni

Secondo questa mozione, “un dato preoccupante è la crescita del numero di aborti tra le minorenni”.

Dai dati ministeriali risulta invece che nel 2016 il numero di aborti tra le minorenni è stato pari a quello del 2015, in diminuzione rispetto agli anni precedenti e per tutti gli ultimi anni è sempre stabile e molto minore di quello registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale.

7. La bufala dei danni alla salute

La mozione afferma che “non vengono in nessun modo pubblicizzati i dati scientifici relativi alle conseguenze sulla salute fisica e psichica della donna, dovute all’aborto chirurgico e farmacologico”.

Non esistono in tal senso dati scientifici rilevanti, validati e accolti dalla comunità scientifica mondiale. Al contrario, uno studio dell’Università della California a San Francisco, pubblicato nel febbraio 2017 dalla rivista JAMA Psychiatry (JAMA Psychiatry 2017;74(2):169-178) dimostra che negare l’accesso ai servizi per l’aborto alle donne intenzionate a interrompere la gravidanza comporta rischi maggiori per la loro salute che garantire l’accesso. Inoltre, né il Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali della American Psychiatric Association, né la Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità includono sindromi post abortive.

Ignora le conseguenze sulla salute e sulla vita delle donne che derivano dagli ostacoli nell’accesso all’ aborto sicuro: quasi 50mila donne nel mondo perdono la vita a causa di un aborto non legale e quindi non sicuro; 41 milioni di adolescenti nel mondo portano a termine una gravidanza indesiderata o conseguente a uno stupro; 21,6 milioni di donne ogni anno sperimentano un aborto non sicuro (clandestino); di questi aborti clandestini, 18,5 milioni avvengono nei paesi sviluppati; 47mila donne muoiono ogni anno per complicazioni legate all’ aborto clandestino. I decessi correlati all’ aborto clandestino costituiscono circa il 13% della mortalità. (Fonte WHO World Health Organization)
Ignora le ricerche pubblicate in ambito scientifico che dimostrano come una legislazione restrittiva sull’aborto ha come sola conseguenza l’aumento dell’aborto clandestino (Induced abortion: incidence and trends worldwide from 1995 to 2008, in: The Lancet, Vol. 379, issue 9816, P625-632, FEBRUARY 18, 2012)

8. La bufala dell’obiezione di coscienza

La mozione afferma che “l’obiezione di coscienza non ostacola in alcun modo l’accesso all’aborto”.

Il Comitato dei diritti umani dell’ONU, però, si è espresso nel 2017 affermando che “preoccupa la difficoltà di accesso all’aborto legale in Italia a causa del numero dei medici che si rifiutano di praticare interruzione di gravidanza per motivi di coscienza”.

Condividiamo, invece, l’idea che le donne sono spesso abbandonate nel momento del bisogno anche attraverso un uso improprio dell’obiezione di coscienza poiché praticata in momenti o da personale socio sanitario che la legge non prevede possa obiettare: ATTESTAZIONE dello stato di gravidanza, Assistenza nel post-abortivo, Prescrizione e Vendita della contraccezione di emergenza (pillola giorno dopo).

Ci preoccupa la MANCATA formazione delle operatrici e degli operatori sanitari sulla 194. Si dà per scontata la loro obiezione. In molti Ospedali di insegnamento (non solo quelli cattolici!) non vi proprio il Servizio IVG e non entrano mai in un Consultorio. Quindi malgrado sia previsto dai programmi europei, nel corso dei molti anni di studio solo pochi e poche si formano su questi temi, poiché non vi è per obbligo curricolare. Succede che ginecologi e ginecologhe escano dopo 5 anni di studi senza saper inserire una spirale, e senza aver mai visto né un colloquio né un intervento per IVG.

Pro-choice, rete nazionale contraccezione e aborto, risponde a questa mozione chiedendo che il comune si dichiari “Città per la scelta”.

La reale e piena applicazione della legge 194/78 si ottiene grazie a:

1.    PREVENZIONE: attraverso la promozione, la massima diffusione e accessibilità a: informazione ed educazione sessuale e contraccezione;

2.   Massimo SOSTEGNO psicologico, sociale ed economico alle donne che desiderano, ma temono di non poter affrontare, una maternità;

3.    Libero ACCESSO A SERVIZI di interruzione volontaria di gravidanza che siano in grado di accompagnare la donna che sceglie di interrompere la gravidanza, offrendo informazioni adeguate ed esaustive; metodi e tecniche più adatte alle sue esigenze mediche, organizzative e psicologiche; accompagnamento nelle scelte future attraverso consulenza contraccettiva ed eventuale applicazione o prescrizione del metodo concordato con la donna, che può essere iniziato la sera stessa dell’IVG ( Contraccezione orale) o inserito subito dopo la IVG chirurgica in Ospedale, come avviene solo in pochi Ospedali italiani.( vedi ricerca AOGOI 2017).

Quest’ultimo punto si riferisce ad ambiti primariamente sanitari ed è, dunque, di competenza regionale o delle Aziende sanitarie